sabato 26 agosto 2017

Comunicazioni dal Feuerstein Institute




Gentili Applicatori PAS, Formatori PAS e Responsabili degli ATC, 
Durante gli ultimi quattro anni il Feuerstein Institute ha fatto un progresso significativo costruendo un sistema di attività web di Sviluppo della Formazione Continua (Continuous Professional Development -CPD) in diverse lingue.
Centinaia di persone che hanno ricevuto l’attestato PAS sono entrate nel sistema CPD, hanno inviato i loro report di applicazione PAS e hanno visionato le conferenze on-line.
Sulla base dei feed-back ricevuti dai mediatori PAS e dalle discussioni portate avanti durante il meeting degli ATC europei a marzo 2017 il Feuerstein Institute ha deciso di semplificare il sistema dei crediti del CPD e contemporaneamente di ridurre i costi per i corsisti PAS.
Verrà presentato un nuovo sistema CPD ai workshop internazionali “Shoresh” a giugno 2017 (Dallas) e a luglio 2017 (Milano), basato sui seguenti principi:
1) Ogni corsista con diploma dei corsi Feuerstein (PAS Standard, PAS Basic, PAS Tattile) che abbia applicato il programma PAS per almeno 30 ore deve compilare un report di applicazione utilizzando il file on-line del nostro sistema nella sua lingua, ad es.


2) Il raggiungimento dei requisiti CPD è possibile in tre diversi modi:
a) Guardando 2 conferenze on-line CPD ogni anno, per un totale di 8 conferenze durante un periodo di 4 anni. Pagamento- 25 euro a conferenza attraverso il sito - ).http://cpd.icelp.info/( sezione CPD
b) Frequentando in modalità “live” seminari CPD organizzati dall’ATC locale una volta all’anno per un totale di 4 seminari durante il periodo di 4 anni. Ogni seminario della durata di almeno mezza giornata (4 ore). Pagamento attraverso l’organizzazione dell’ ATC;
c) Frequentando 3 corsi Feuerstein aggiuntivi durante il periodo di 4 anni (con pagamento regolare del corso, senza aggiunta di pagamenti per I crediti del CPD).

I corsisti con diploma dei corsi Feuerstein che abbiano adempiuto ai requisiti del CPD durante il periodo dei 4 anni da quando abbiano fatto il loro primo corso PAS riceveranno Certificati Permanenti di mediatori per tutti i corsi fatti durante questo periodo senza data di scadenza.

domenica 6 agosto 2017

Tratto da Artspecialday.com

Ritrovare il senso dell’amicizia: la terza lettera di Seneca

Ha ancora senso parlare di amicizia quando i giornali, per dare la notizia di un crimine, titolano: Stupro, amiche diffondono video su WhatsApp? È corretto scrivere “amiche“? Quante contraddizioni contiene questa parola in un tale contesto?
Nelle recenti notizie di cronaca abbiamo visto, troppo spesso, utilizzare la parola amici o amichein senso improprio. Si parla infatti di criminali, di persone che hanno diffuso illegalmente contenuti privati altrui. Nel caso più recente, in particolare, si trattava delle presunte “amiche” che hanno filmato una ragazza mentre subiva una violenza sessuale. A questo punto, appare legittimo chiedersi: ma questi sono davvero definibili “amici”? Abbiamo forse perso il senso di questa nobilissima parola?
Seneca, nella terza lettera a Lucilio, riflette proprio sulla definizione di “amico”, e rimprovera il suo destinatario di aver utilizzato, in una lettera, questa parola in maniera troppo vaga:
Itaque sic proprio illo verbo quasi publico usus es
Dunque hai usato la specifica parola “amico” in senso generico. 
Lucilio aveva infatti scritto a Seneca di aver incaricato un suo “amico” di consegnargli le lettere; tuttavia, prega il filosofo di non rivelare i suoi fatti privati a questa persona, con cui non è solito fare confidenze. Come definire “amico” qualcuno di cui non ci si può fidare? Difatti, Seneca afferma: «Così, nella medesima lettera, hai definito costui “amico” e poi lo hai negato» («Ita eadem epistula illum et dixisti amicum et negasti»). È la stessa colpa dei giornalisti che hanno definito “amiche” persone che non hanno nulla da spartire con l’amicizia. Un automatismo, la banalizzazione di una parola, amico, che invece contiene in sé la radice sacra del verbo amare.
Seneca spiega: «Sic illum amicum vocasti quomodo […] obvios, si nomen non succurrit, “dominos” salutamus», «Hai chiamato quello “amico”, così come definiamo “signori” i passanti, quando non ci ricordiamo del loro nome». “Amico” diventa così, ambiguamente, una parola passepartout, a definire un “qualcuno” più o meno conosciuto di cui magari non ci fidiamo del tutto.
Secondo il nostro filosofo, la confusione terminologica è grave: «Sed si aliquem amicum existimas cui non tantundem credis quantum tibi, vehementer erras et non satis nosti vim verae amicitiae», ovvero: «Ma se ritieni “amico” qualcuno di cui non ti fidi quanto di te stesso, ti sbagli completamente e dimostri di non conoscere abbastanza il valore della vera amicizia».
Certamente anche molti articolisti dovrebbero essere debitamente redarguiti, come Lucilio. Ma chi sono allora i veri amici?
Post amicitiam credendum est, ante amicitiam iudicandum. 
Dopo aver fatto amicizia è necessario fidarsi, prima di fare amicizia è necessario valutare. 
Ritrovare il senso dell'amicizia: la terza lettera di SenecaLa parola d’ordine è valutare, ovvero cercare di capire se la persona a cui stiamo prestando fiducia la meriti veramente. Questo può sembrare un consiglio un po’ rigido e difficilmente applicabile: come possiamo essere sicuri dell’indole di una persona senza prima averla conosciuta almeno un po’, senza aver condiviso con lei qualche esperienza?
Per comprendere bene ciò che intende il filosofo, ancora una volta dobbiamo ritornare alla ferma credenza senecana nella conoscenza di se stessi. Comprendendo il nostro io, la nostra identità, capiremo anche quali persone far entrare nella nostra cerchia di amici, senza alterare i nostri equilibri emotivi. Secondo Seneca, per vivere bene viene bisogna dare la precedenza all’armonia personale, che deve essere preservata ad ogni costo. Ancora una volta, ci salva il potere della scelta: dobbiamo saper scegliere gli amici, distinguere chi può farci bene e chi, invece, può farci male. Un pensiero egoistico? No: piuttosto, un accorgimento necessario per vivere sereni e più sicuri di sé e delle proprie possibilità.
La soluzione è quindi:
Diu cogita an tibi in amicitiam aliquis recipiendus sit. 
Pensa a lungo prima di accettare qualcuno come amico. 
Quanto è difficile farlo, soprattutto quando si è giovani; dovremmo sempre circondarci di persone positive, che stimolano e condividono i nostri interessi. Ma non sempre è possibile, specialmente se la nostra identità, a causa dell’età, non è ben definita. Cerchiamo allora almeno qualcuno col quale non aver paura di confidarci, di dire tutto quello che ci passa per la testa, i sentimenti, i progetti, i gusti personali. Con le parole di Seneca: «cum amico omnes curas, omnes cogitationes tuas misce», vale a dire «condividi con l’amico tutte le tue preoccupazioni, tutti i tuoi pensieri». Miscĕo in latino è una parola bellissima: oltre a mescolare, significa anche scambiarsi vicendevolmente, un perfetto equilibrio tra il dare e il ricevere. Se non riusciamo a farlo, significa che davanti a noi non c’è la persona giusta, che non ci sentiamo a nostro agio. Dobbiamo allora capire se il problema è nostro (eccessiva timidezza, pudore, paura, blocco emotivo) oppure se effettivamente l’altra persona non è adatta a noi, a comprenderci e ad ascoltarci, perché i nostri caratteri vanno in direzioni differenti. Non è una sconfitta: può succedere. In certi casi, un’amicizia vera non si può costruire; allora dobbiamo imparare a guardare oltre, senza risentimento.
Onoriamo del nome di amico, dunque, solo coloro che davvero lo meritano, coloro che ci aiutano a credere in noi e nei nostri progetti, che prestano attenzione ai nostri problemi, non a quelli che sempre minimizzano, sfuggono al confronto, cercano di imporci le loro idee. Rifiutare certi atteggiamenti è, in primis, una vittoria per noi stessi nonché una lezione di vita impartita agli altri.
Ritrovare il senso dell'amicizia: la terza lettera di SenecaSeneca ci indica, infine, i due estremi da cui rifuggire:
Quidam quae tantum amicis committenda sunt obviis narrant, et in quaslibet aures quidquid illos urit exonerant; quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant et, si possent, ne sibi quidem credituri interius premunt omne secretum. 
Certuni raccontano a chiunque le cose da affidare solo agli amici, e riversano nelle orecchie di tutti ciò che li tormenta; altri, viceversa, hanno paura di confidarsi persino con i loro cari e soffocano dentro di sé ogni segreto: se potessero, non farebbero confidenze nemmeno a se stessi.
In conclusione: non è così automatico decidere a chi donare la nostra fiducia, specialmente in certi momenti della vita, quando tutto è più incerto. Certamente, “amico” e “non amico” non sono etichette da apporre a proprio piacimento e con leggerezza alle persone. Quello che può salvarci e che spesso manca è la riflessione: ancora una volta, prima la meditazione su se stessi, il dare valore alle proprie capacità, i propri gusti, i propri progetti e poi scegliere persone fidate con cui condividerli. È una questione di rispetto e onestà verso se stessi e verso gli altri. Se crediamo in noi e nelle nostre qualità, gli amici, poi, quelli veri, che sanno ascoltarci e sostenerci, verranno da sé.
Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

domenica 30 aprile 2017

Tratto da Forme Vitali di Mauro Pellegrini

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato
E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.
Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.
Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.
Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare. 
Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.
Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto. 
E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!
La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.
Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    
Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia. 
Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare
E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!


giovedì 19 gennaio 2017

Metodo Feuerstein - Calabria




Corso PAS Standard
I Livello - 45 ore

Sede del corso: Rosarno



Calendario del corso:

1° incontro  05 Marzo        9,00 -18,30
2° incontro  25 Marzo        9,00 -18,30
3° incontro  08 Aprile        9,00 -18,30
4° incontro  22 Aprile        9,00 -18,30
5° incontro  06 Maggio      9,00 –18,30

          
Per l'iscrizione compilare il modulo al seguente link:
Pagina Facebook : Metodo Feuerstein Applicazioni e Formazione

oppure rivolgersi a

Formatrice: Luigina Giglio

luigina.giglio@gmail.com - telefono 3471125464

mercoledì 28 dicembre 2016

Il Metodo Feuerstein arriva a Palmi (RC)

Parte da Palmi la diffusione del Metodo Feuerstein nel Reggino.

Si sono tenuti a Palmi grazie alla sensibilità e alla disponibilità della Dirigente Dott.ssa Carmela Ciappina, presso l'Istituto di Istruzione Superiore Luigi Einaudi, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, i corsi sul Metodo Feuerstein- I livello PAS Standard - che hanno visto impegnati terapisti, educatori, psicologi ed insegnanti nella formazione in presenza.


Il corso, attivato in modalità full immersion ossia 48 ore spalmate in diversi weekend, ha riscosso il meritato successo e i partecipanti sono giunti nella cittadina palmese da zone disparate del cosentino e del reggino.

Tale metodologia, oramai in larga diffusione in tantissime parti d’Italia e all’estero, affonda le sue radici nella teoria della Modificabilità cognitivo-strutturale che considera l’intelligenza umana un dato variabile e passibile di continue modifiche dovute all’ambiente e alla presenza di diverse tipologie di mediatori umani.

Il Metodo trova oggi largo plauso nel mondo universitario tanto che diverse università italiane quali l’Università di Firenze, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Università di Torino, l’Università di Ferrara, ecc., ne  promuovono la diffusione.

E’ inoltre un appuntamento fisso confrontarsi sul Metodo Feuerstein ogni anno al Convegno Internazionale per l’integrazione scolastica di Rimini dove, diversi relatori, sono impegnati in sedute plenarie ove trattano appunto gli aspetti teorici di tale metodologia e ne promuovono la diffusione.

Il Metodo muove da un’ampia teoria di base alla quale si aggiunge un interessante e complesso Programma di Arricchimento Strumentale (PAS) e la stessa teoria è oggi largamente avallata e confermata dalle più recenti conquiste della ricerca scientifica in merito alla plasticità cerebrale e alle neuroscienze; il cervello umano è plastico e plasmabile e ciò rappresenta un dato fisso e stabile dell’individuo se non il più “stabile” e certo. L’intelligenza subisce, pertanto, continue modificazioni dovute all’ambiente ed agli stimoli ricevuti.


Il Metodo del Prof. Reuven Feuerstein, psicologo e pedagogista di origine ebrea, allievo di Piaget, si dimostra pertanto utile sia in ambito educativo-scolastico sia in ambito clinico-riabilitativo grazie all'applicazione del programma di arricchimento strumentale noto sotto il nome di PAS.
E’ al PAS che i corsisti partecipanti vengono formati presso l’Istituto Superiore Einaudi di Palmi al fine di ottenere oltre alle competenze applicative dello stesso anche un Certificato Internazionale di Mediatore/Applicatore del Metodo che viene insegnato da docenti-formatori riconosciuti dall’ICELP di Gerusalemme, dove appunto il metodo è nato, grazie al lavoro e all’impegno del Prof. Reuven Feuerstein.




I corsisti, durante le ore di formazione, sono chiamati a mettersi in gioco con gli strumenti del programma di arricchimento ed a sperimentare su se stessi la modificabilità cognitiva e quindi i benefici applicativi dello stesso. 
Il Metodo è utilizzato in tutto il mondo per correggere le Funzioni Cognitive carenti in casi di difficoltà e non, handicap, DSA, Autismo, ecc. ma viene anche utilizzato con esiti positivi con adulti e anziani e trova anche largo impiego come materiale applicativo per la formazione del personale aziendale.




Auspichiamo pertanto che, grazie a tali iniziative,  la diffusione si allarghi a ventaglio anche in Calabria, invadendo scuole e strutture di riabilitazione, modificando gli ambienti solo apparentemente immodificabili con un soffio di nuovo e di profondo, all'insegna della certezza che "cambiare è possibile".

Luigina Giglio